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Volo dell'Aquila
85030 Località Torretta
San Costantino Albanese (PZ)
Parco Nazionale del Pollino
Basilicata - Italy
 
Tel. +39 331 7014214
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Parco Nazionale del Pollino
 
Comune di
San Constantino Albanese
 
 
   

Sulle ali del Pollino

Testi e racconto: Maria Gerardi -  Illustrazioni: Raffaele Gerardi

Ali per tutti!. Sto percorrendo le vie della città quando i miei occhi vengono rapidamente colpiti da un cartellone pubblicitario che promette Ali per tutti in Basilicata, nel Parco del Pollino. Garanzia della proposta una foto che riprende 4 turisti sorridenti agganciati ad imponenti ali di aquila. Sorrido e penso tra me: ma che diavoleria si saranno ancora inventati nella piccola terra delle meraviglie?.

Che in Basilicata si volasse lo sapevo, ma che addirittura ti mettessero le ali, questo mi incuriosisce non poco! Ad incoraggiare ulteriormente la mia nuova avventura è che il prodigio del Volo si tiene nel Parco del Pollino, un territorio affascinante e dirompente al cui richiamo non posso non rispondere. Complice una calda domenica di agosto che sembra vivamente suggerirmi la frescura della montagna del Pollino alle calde e affollate spiagge dello Ionio.

Cartina alla mano decido il mio itinerario e inserisco la meta sul mio navigatore: San Costantino Albanese.
 
Percorro la Fondovalle dell’Agri fino all’uscita per Senise e dopo essermi lasciata alle spalle l’enorme distesa di acqua della diga di Montecotugno, imbocco la SS92 per dirigermi verso la val Sarmento che mi appare come una larga pietraia attraversata da una grossa fiumara alimentata da una fitta rete di torrenti che vi confluiscono.

Un grande solco di pietre che sembra spaccare in due un paesaggio di fitti boschi, dai colori sgargianti che il sole rende ancora più luminosi. Sullo sfondo impera il massiccio del Pollino con le sue numerose cime. Sono nel cuore della cultura arberesche, a pochi chilometri da qui le due piccole ma preziose comunità di San Paolo Albanese e San Costantino Albanese fondate da profughi albanesi provenienti dalla città di Corone, nella Morea (Grecia), durante la quarta emigrazione avvenuta nel 1534, in seguito all’occupazione dell’Albania da parte dell’impero Ottomano.

A soli 8 chilometri l’uno dall’altro, in posizione opposta sulle due sponde del Sarmento i due Comuni sono piccoli scrigni che racchiudono ancora tradizioni e costumi di un mondo diverso. Scoprirò subito che qui tutto parla albanese, dai dialetti alle ninne nanne, dai rituali ai riti religiosi di impronta greco-ortodossa, dai merletti bianchi dei tipici costumi riccamente colorati alle abitudini culinarie.
 

San Paolo Albanese

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Decido di fare una piccola deviazione nel mio percorso e di gettare un occhio sul borgo di San Paolo Albanese (Shën Pali Arbëresh), il Comune più piccolo della Basilicata con poco più di 300 abitanti. Sin dalle prime case ritrovo un’atmosfera particolarmente familiare e accogliente; le case, le une vicine alle altre, si affacciano spesso su piccoli slarghi che parlano di vicinato, di condivisione, solidarietà e accoglienza.

Con mio grande stupore gli usci sono spesso aperti o con le chiavi inserite nella toppa, quasi a ricordarmi quanto lontana sia da qui la vita caotica e diffidente della città. A visitare il paese ci metto poco, ma sento il bisogno di fermarmi ancora un po’ quando vedo sedute sui gradini delle anziane signore del posto con una larga gonna e camicette bianche, luminose e riccamente decorate da merletti. Dai volti rugosi e lo sguardo attento, sembrano sentinelle non delle loro case quanto di una cultura che temono possa svanire. A suggellare tale cultura è un piccolo museo allocato in una struttura in pietra del centro storico, che non esito a visitare e che mi introduce subito nello spaccato di vita del ceppo etnico albanese, stabilitosi qui tra il XV e il XVIII secolo, dopo la morte dell’eroe nazionale albanese Gjergj Kastriot Skanderbeg.

Ci ritrovo oggetti di uso quotidiano, costumi tradizionali, ma quello che trovo ancora più interessante è lo spazio che mi racconta le fasi di lavorazione della ginestra, per me considerata semplicemente una delle piante più belle che colora di giallo la nostra terra; qui invece mi viene svelata la sua lavorazione e trasformazione in tessuti.

Vado via portandomi un primo pezzetto di vita albanese, di volti di donne di altri tempi, di colori altrove ormai sbiaditi.
 

San Costantino Albanese

Dopo soli 15 minuti eccomi giunta alla meta. Un cartello in doppia lingua mi dice ufficialmente che questo è il paese dell’etnia albanese di San Costantino Albanese o meglio di Shën Kostandini Arbëresh, una comunità di circa 800 abitanti, testimoni di una cultura dai tratti forti e caratterizzanti, fieri di esserne i custodi responsabili della sua sopravvivenza.

Tutta la segnaletica è in doppia lingua, in testa quella albanese! Per molti aspetti ci ritrovo i caratteri della vicina San Paolo: familiarità, cordialità, voglia di accogliere nelle proprie case. È una terra di incontri e di scambi, ma anche di tenacia e fierezza di un popolo rimasto ancorato alle proprie radici, in costante difesa delle proprie tradizionie della propria cultura. Arberesche sa anche di colore, quello dei nastri variopinti dei copricapo maschili o ancora quello delle gonne femminili, ma anche il colore delle tradizioni, dei riti legati ai matrimoni, ai funerali, a quelli propiziatori di raccolti abbondanti. Dietro queste piccole comunità ci trovo una ricchezza umana e culturale che non può lasciarmi indifferente e che rende ancora più interessante il Parco del Pollino, la grande montagna fiabesca e misteriosa.
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Tra tutti i percorsi quello che trovo più affascinante e misterioso e che mi spinge a cercare l’armonia e la bellezza del paesaggio è il sentiero della percezione umana fatta di vite e di storie che si intrecciano con l’ambiente,  fondendosi. E quella arberesche trovo sia una storia dal sapore di sensazioni ormai dimenticate, di una dimensione più umana della vita.

Chiedo indicazioni per raggiungere il posto in cui si vola e mi viene detto che devo attraversare interamente il paese per giungere alla meta. L’occasione è buona per cogliere tutto quanto viene offerto alla mia curiosità. Anche qui, come nella vicina San Paolo, mi viene detto che c’è un Etnomuseo della civiltà arbëreshe ma, subito dopo, scopro che da poco è stato inaugurato un nuovo Museo, quello dell’Etnobotanica. Il nome mi suggerisce subito qualcosa di interessante, rinviando a quelle relazioni uomo-natura, a riti e miti ancestrali che so renderanno ancora più accattivante la mia visita nel Parco. Ed è proprio questo che il Museo mi racconta rendendo omaggio alle culture che ho appena conosciuto. Alla storia di uomini si associa la storia di erbe vecchie di millenni e dell’uso etnobotanico di essenze vegetali dall’inestricabile valore culturale.

Non ho percorso molti chilometri da quando ho lasciato la diga di Montecotugno eppure ho l’impressione di aver attraversato uno scenario naturale multiforme, dominato a valle da gole e fiumare ancora selvagge e a monte da paesini arroccati sui fianchi di ricche foreste sormontate da vette maestose che si nascondono tra i raggi del sole d’agosto.
 

Il Volo dell’Aquila - sulle ali del Pollino

E mentre assorta nei miei pensieri godo del paesaggio che mi accoglie, eccomi giunta nel posto in cui ci sono ali per tutti. Oltrepassato un cancello arrivo a quella che capisco subito essere la stazione di volo, eppure mi trovo a valle della montagna, non vedo alcun posto da cui potermi lanciare per librarmi in volo. Alzo per istinto gli occhi al cielo e sopra di me scorgo un cavo d’acciaio. Con gli occhi ripercorro la sua corsa verso l’alto, verso la vetta del monte e all’improvviso il mio sguardo incrocia gigantesche ali che scendono in picchiata trasportando alla base, come bloccati da ipotetici artigli di aquila, quattro turisti dall’aria contenta e sorpresa.

Mi avvicino alla stazione di partenza e osservo le grandi ali, agganciate al cavo d’acciaio, pronte a trainare verso l’alto, verso la stazione di monte altri 4 viaggiatori in cerca di emozioni per poi lasciarli ricadere verso valle e sperimentare così la loro esperienza di volo. Avanzo lentamente e rifletto cercando di capire se è più forte la paura del nuovo o il senso di vertigine e mentre cerco una risposta, le parole di una canzone di Jovanotti mi risuonano nella mente: La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare. (Jovanotti , Mi fido di te, 2005)
 
Divento il quarto passeggero di un gruppo improvvisato, mi lascio imbracare e ascolto le indicazioni che mi vengono date. Al via di un istruttore, posizionati parallelamente alle ali, iniziamo la nostra lenta risalita. Di fronte a me la vallata, quella del Sarmento che diventa sempre più visibile via via che ci allontaniamo da terra nella nostra risalita verso la vetta della montagna alle nostre spalle, sorvolando gli alberi e i tetti di San Costantino Albanese. Raggiunta la stazione di monte a circa 853 mt di altezza, improvvisamente, il percorso di risalita forzata termina e noi 4 temerari viaggiatori veniamo rilasciati liberi nella nostra caduta verso valle, in volo.

Sto volando all’ombra delle mie ali, come Icaro di fronte a me il sole cocente e abbagliante.
Mentre continuo la mia corsa penso a Dedalo che si era raccomandato con il figlio Icaro di restargli sempre dietro durante il volo, di non strafare e soprattutto di stare attento a non avvicinarsi troppo ai raggi del sole perchè, le ali, attaccate alle spalle con della cera, avrebbero potuto staccarsi. Ma Icaro durante il volo provò un tale piacere da staccarsi dal padre, raggiunse i raggi del sole che sciolsero la cera e precipitò nel mare morendo.
Un brivido mi percorre il corpo, solo ora mi accorgo di aver volato ad occhi chiusi per non essere accecata dal sole; li riapro e con gran sollievo vedo che la mia corsa è finita e in tutta sicurezza. Come Icaro ho volato, ma le mie ali sono ancora ben salde!

Dietro di me famiglie, amici, viaggiatori di ogni tempo si preparano a mettere le ali, ognuno pronto a realizzare il proprio sogno di volare. Mi allontano sorridendo, un piccolo falco volteggia libero facendo cerchi nel cielo che sembrano beffarsi di me.
Lo osservo, sorrido e penso: Se la natura non mi ha dato le ali, forse non è mio destino volare. (Giorgio Faletti, Fuori da un evidente destino, 2006).
 
 
 
 
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